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L’eredità di un “giudice ragazzino”: il mio ricordo di Rosario Livatino

Risalgo con la memoria a quegli anni, tra il 1987 e il 1988, quando svolgevo il servizio di leva nell’Arma dei Carabinieri ad Agrigento. Spesso ero di guardia in Procura e tra i miei compiti c’era quello di annunciare a chiunque dovesse interfacciarsi con lui la presenza del giovane giudice Rosario Livatino. Davanti a me si stagliava un uomo dallo stile garbato e dal tono misurato, incarnazione perfetta di rigore e serenità. Nessuno avrebbe immaginato che dietro quell’apparente pacatezza si celasse un gigante morale, un uomo destinato, suo malgrado, a diventare un eroe della giustizia italiana. La celebre locuzione latina “Dura lex, sed lex” – “la legge è dura, ma è legge” – per lui non era solo un semplice motto, bensì una vera e propria missione di vita.

A sinistra un’icona di Rosario Livatino, a destra la Reliquia del Beato Rosario Livatino (foto di repertorio)

Il 21 settembre 1990, esattamente 35 anni fa, quella missione si consumò in un tragico epilogo. A bordo della sua vecchia Ford Fiesta amaranto, senza alcuna scorta e quasi in sfida a un destino che forse percepiva imminente, si avviò verso il suo dovere. Ma quel giorno, sul viadotto Gasena, la Stidda decise che la sua corsa doveva fermarsi. Braccato come una preda, Livatino non si arrese. Lottò con coraggio fino all’ultimo, entrando nella storia proprio nel momento in cui, in una fuga disperata, diede prova di una forza morale e umana fuori dal comune.

La reliquia di Rosario Livatino giunta nel 2024 ad Aci Catena

Il soprannome “giudice ragazzino” – per quanto affettuoso e popolare – oggi appare quasi inconsapevole nella sua leggerezza, incapace di trasmettere la reale statura morale e professionale di un uomo che indagava sulla mafia e sulle trame di Tangentopoli siciliana con strumenti pionieristici, come la confisca dei beni mafiosi. Egli non era un ragazzino, ma un’autentica colonna dello Stato, un servitore che aveva intuito molto prima degli altri dove si annidava il vero cancro del paese. La sua professione era per lui quasi una preghiera, una dedizione ferma alla fede e ai valori che credeva profondamente, un impegno che trascendeva il semplice dovere civile.

La processione con la Reliquia del Beato Rosario Livatino ad Aci Catena nel 2024

La mafia lo temeva, lo avversava, ma non la sua luce. Paradossalmente, il suo sacrificio ha consacrato la sua memoria, rendendolo un simbolo eterno. Oggi egli è Beato, il primo magistrato elevato sugli altari nella storia della Chiesa cattolica, testimonianza magistrale del connubio possibile tra fede e diritto, due ambiti che per lui non solo coesistevano, ma si alimentavano vicendevolmente.

Tra le sue carte è riemersa una frase che ancora echeggia, viva, come monito e come insegnamento per chi sa ascoltare: “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”. In un’epoca di voci forti e protagonismi, il giudice operava con la forza del silenzio, scegliendo la giustizia senza clamore. “Vir bonus, dicendi peritus” – un “uomo di valore, esperto nel parlare” – ma soprattutto, esperto nel fare.

Il suo sacrificio ci lascia un’eredità gravosa e un monito sempre attuale: servire la comunità con la forza discreta di chi crede realmente nella giustizia, anche quando il prezzo richiesto è il più alto. E a noi, oggi, cosa rimane? Forse un po’ di amarezza sulla nostra capacità di apprendere dalla storia, ma anche la speranza che l’esempio di Rosario Livatino continui a ispirare, ricordandoci che la vera grandezza risiede nella credibilità e nel coraggio di essere, prima di tutto, uomini giusti.

FOTO IN EVIDENZA DI REPERTORIO

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