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Italia, dire la verità è un atto di resistenza, chi controlla i controllori?

Il noto giornalista italiano Marco Travaglio ha colpito nel segno: figure come Sigfrido Ranucci e il suo “Report” non rappresentano la regola, ma la rara luce in un panorama mediatico sempre più grigio e addomesticato. Il giornalismo investigativo in Italia rischia di diventare un animale in via d’estinzione, non per mancanza di coraggio personale, ma perché tutto intorno ad esso sembra edificato per soffocare chi osa scavare a fondo.

Il noto giornalista italiano Sigfrido Ranucci (foto di repertorio)

Un deserto di domande e di ascolto

Chi prova a mettere sotto la lente il potere vero, quello che tira i fili dietro le quinte di palazzi, Consigli d’Amministrazione e redazioni compiacenti, si ritrova ad essere (solo) una mosca bianca, circondato dal silenzio. Non è solo questione di coraggio: è un sistema che premia l’omologazione e punisce la curiosità, costruendo un deserto morale e professionale attorno a chi cerca la vera verità. In questo vuoto, i pochi che resistono diventano bersagli facili, simboli scomodi di un paese che, con calcolato cinismo, sceglie il quieto vivere anziché l’inquietudine del dubbio. E così, molti preferiscono non disturbare il burattinaio.

Uno striscione in favore di Julian Assange (foto di repertorio)

Il sistema che soffoca il dissenso

L’attacco ai giornalisti scomodi come Ranucci non ha bandiere politiche: è un riflesso automatico del potere, pronto a difendersi da chiunque. Querele temerarie, campagne di delegittimazione, sono attrezzi usati con precisione scientifica per logorare, umiliare e sfiancare. Pensiamo a Julian Assange, circa cinque anni in carcere nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh nel Regno Unito: da emblema della libertà è diventato un prigioniero politico. Chi svela i segreti del potere viene trattato come un traditore, mai come un difensore della nostra democrazia.

Un’amara fotografia e un monito per tutti

L’Italia, al 49º posto nella classifica 2025 di “Reporter senza frontiere“, non è un numero comune: è la radiografia di una democrazia che pian piano si affievolisce. Avvertimenti, bavagli legali, monopoli editoriali rendono l’aria che respira il giornalismo indipendente tossica. Perfino la satira, quel sale necessario della libertà, viene guardata con diffidenza. Maurizio Crozza, ultimo vero fustigatore dei potenti, viene bollato come “esorbitante” solo perché ride di chi dovrebbe temere il giudizio pubblico. E allora, una domanda resta sospesa, pesante come un’accusa: “Quis custodiet ipsos custodes?” Chi è veramente in grado di sorvegliare chi esercita il potere, quando questi acquista il sostegno di chi dovrebbe tenerlo sotto controllo?

FOTO IN EVIDENZA DI REPERTORIO

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