
Storia di Agatino Campo, il soldato italiano ucciso dai nazisti
L’agghiacciante storia del soldato Agatino Campo, il giovane siciliano deportato nel campo di concentramento di Markirch (oggi Sainte-Marie-aux-Mines) dopo che lo stesso fu chiamato alle armi dall’esercito, fa riflettere non solo su quanto sconvolgenti siano stati gli anni bui della Seconda Guerra Mondiale, ma anche quanta verità ci sia ancora da portare alla luce. Una vicenda che, nei suoi dettagli, assume tratti particolari, quasi a fior di lacrime.
A raccontarcela in un colloquio è uno dei nipoti, Alfio Campo, oggi vicino all’età del pensionamento, che non potrà mai dimenticare il volto di suo zio: «fu catturato dopo che lo chiamarono alle armi, lasciando la moglie, perché lui si era appena sposato, ma non ha avuto figli». Uno degli aspetti più toccanti è proprio questo: Alfio sapeva della morte del suo amato zio in un campo di concentramento, ma non ne conosceva le dinamiche, almeno fino a qualche mese fa, quando fu contattato da una scrittrice, Alessandra Maieron, impegnata a portare avanti il lavoro del padre, anch’egli deportato insieme ad Agatino Campo e, in seguito, divenuto autore.
A rivelare l’agghiacciante verità al nipote Alfio è proprio lei, in una telefonata dopo diversi tentativi di rintracciare qualcuno della famiglia Campo: «la signora mi ha chiamato e ha voluto sapere cosa sapevamo. Campo racconta che al telefono, quasi incredulo ma incuriosito, rispose convinto di conoscere la realtà dei fatti. Ma Alessandra, ci fa sapere Alfio, rispose in modo secco: «no, non è andata come credi tu, perché c’era mio padre, che è stato testimone oculare». Il lavoro di Alessandra e prima ancora del padre Piero Maieron ricostruisce la vicenda di Agatino Campo, ucciso non per tentativo di fuga dal lager, ma perché rinvenuto stremato nel posto dove eseguiva gli ordini impartiti dai soldati nazisti. Il lavoro estenuante ha condannato Agatino, non un tentativo di fuga. Verità che i nazisti provarono a nascondere alla famiglia Campo, dato che anche Alfio, per più di sessant’anni, ha convissuto con un’altra storia, quella dello zio ucciso perché provò a scappare: «Il papà della signora Maieron asserisce, e sicuramente è la verità, che tutto questo non è successo. L’hanno trovato che dormiva e poi l’hanno condannato a morte tramite impiccagione».
Questa storia non ha scosso solo i familiari del soldato Campo, ma anche quella di Piero Maieron che dopo la tragica avventura all’interno del lager, dove perde il padre per essere stato inserito nella lista degli “inabili al lavoro”, torna a casa senza dimenticare il soldato Agatino, morto per impiccagione dopo aver diviso l’ultimo pezzo di pane con un deportato appena arrivato: «mi ha anche detto che prima di morire, era arrivato un altro detenuto che era malridotto, e che aveva le ossa di fuori, e mio zio ha diviso il pane con lui». La figura dello zio di Alfio, il soldato Agatino Campo, viene totalmente ricostruita. Un piccolo eroe quindi, poco più che ventenne, che non cercò la fuga dal campo nazista, ma un giovane dal cuore generoso, capace di condividere il suo ultimo pezzo di pane con un altro prigioniero, che versava in condizioni disperate.
Ma le novità per la famiglia Campo non sono finite, perché nella stessa telefonata Alessandra racconta che a leggere la sentenza di morte del povero zio fu proprio il padre Piero, che conosceva la lingua tedesca: «Il papà della signora, il 17enne, sapeva entrambe le lingue. Sia il tedesco che l’italiano» racconta ancora Alfio con commozione «E si è offerto… Volontario. Volontario per tradurre la pena di morte. E così è stato..».
Una vicenda che restituisce la verità dei fatti a una vita spezzata troppo presto e che, a distanza di decenni, dimostra come la memoria non sia solo ricordo, ma responsabilità. Perché ogni verità ritrovata è un tassello che aiuta a comprendere davvero la storia e a non lasciarla svanire nel silenzio.




