Religione

L’ultima chiamata”: Medjugorje, la conversione e il tempo che ci resta

L’ultima chiamata”: Medjugorje, la conversione e il tempo che ci resta

C’è una frase che, quale che sia il giudizio che ciascuno vorrà darle, non si può ascoltare con indifferenza: “Sono venuta a chiamare il mondo alla conversione per l’ultima volta”. È tra i messaggi attribuiti alle apparizioni mariane di Medjugorje, piccola località situata nella parte meridionale della Bosnia-Erzegovina, che dal 1981 accompagnano – con la loro storia complessa e non priva di controversie – la devozione di milioni di fedeli.

Va detto con onestà, prima di ogni commento: il Vaticano non si è mai pronunciata sull’autenticità soprannaturale di queste apparizioni. Nel settembre 2024 il Dicastero per la Dottrina della Fede, con l’approvazione di Papa Francesco, ha pubblicato una nota che autorizza un “nutrimento pastorale” dei fedeli che a Medjugorje si recano, riconoscendo i frutti spirituali – conversioni, ritorni ai sacramenti, vocazioni – ma senza tuttavia confermare la natura soprannaturale delle apparizioni stesse. È una distinzione che il giornalismo serio non può cancellare per amor di effetto: la prudenza della Chiesa non è tiepidezza, è custodia della verità.
E tuttavia – ed è qui che la cronaca cede il passo alla riflessione – un messaggio non ha bisogno di un timbro definitivo per interrogarci. Che venga dal cielo o che sia, semplicemente, l’eco di ciò che ogni coscienza retta già sa, la parola “conversione” resta una delle poche parole che la modernità non è riuscita a rendere innocua.

Il tempo che si crede infinito

Viviamo come se il tempo ci appartenesse. Programmiamo, accumuliamo, rimandiamo – convinti che ci sarà sempre un domani per riconciliarci con Dio, con il prossimo, con noi stessi. È l’illusione più antica e più ostinata dell’uomo: quella di Adamo che si nasconde, quella del ricco stolto del Vangelo che si costruisce granai più grandi la notte stessa in cui gli viene richiesta l’anima. Il Vangelo di Matteo lo dice senza sconti: “Di quel giorno e di quell’ora nessuno sa” (Mt 24,36), ma aggiunge un monito che vale per ogni epoca: “Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà” (Mt 24,42). Non è terrorismo escatologico – attenzione a chi ne fa cassa di paura – è piuttosto un invito alla lucidità. Sant’Agostino, nelle Confessioni, scriveva della propria conversione come del momento in cui finalmente smise di dire “domani, domani” a Dio. Ogni generazione ha bisogno di quello stesso hodie, quell’oggi che spezza il rinvio perpetuo.

Rendere conto

La Scrittura è netta su un punto che la sensibilità contemporanea preferisce ignorare: “Ciascuno di noi renderà conto di sé stesso a Dio” (Rm 14,12). Non è una minaccia arcaica da museo delle religioni superate: è l’affermazione, radicale e liberatoria insieme, che le nostre azioni hanno peso, che la vita non è un susseguirsi di eventi senza significato ultimo, che la giustizia – quella vera, non quella dei tribunali umani sempre imperfetti – avrà infine la sua parola definitiva.C’è chi obietterà: parlare di giudizio, in un’epoca che ha fatto della misericordia a buon mercato la propria religione civile, suona fuori tempo. Ma la misericordia cristiana non è mai stata assenza di verità: è verità detta con amore. Un padre che ama davvero il figlio non gli nasconde le conseguenze delle sue scelte; gliele mostra, perché possa scegliere ancora, finché è in tempo.

La conversione come atto, non come sentimento

Qui il messaggio di Medjugorje, autentico o meno nella sua origine, tocca una corda che la teologia cattolica conosce da sempre: la conversione non è un’emozione passeggera, è una direzione della volontà. Metanoia, dicevano i greci del Nuovo Testamento: cambiamento della mente, ribaltamento dello sguardo. Non basta commuoversi davanti a un messaggio, davanti a un’immagine, davanti a una notizia di cronaca che ci scuote per un giorno e poi si dissolve nel rumore del successivo scroll. La conversione autentica cambia le abitudini, l’uso del tempo, il modo di trattare chi ci sta accanto.In questo la nostra Sicilia, terra di santi e di scettici, di fede popolare robusta e di disincanto post-moderno, può insegnare qualcosa al resto d’Italia: qui la religiosità non è mai stata solo dottrina astratta, è gesto, è processione, è voto mantenuto, è mano tesa al povero. È una fede che si vede, prima ancora di dirsi.Una concretezza che si può persino esportare: come hanno fatto Anna e Nino, una coppia catanese che anni fa ha scelto di trasferirsi a Medjugorje. Oggi vivono lì, dividendo le proprie giornate tra il lavoro, la preghiera, l’accoglienza dei pellegrini e l’ascolto dei messaggi attribuiti alla Madonna, senza mai perdere il contatto con la realtà quotidiana. Chi scrive non ha titolo per giudicare l’autenticità soprannaturale di un’apparizione: è compito della Chiesa, non della penna di un cronista. Ma ha titolo, come ogni uomo che guarda la propria epoca senza chiudere gli occhi, per dire che il mondo di oggi – diviso, accelerato, tecnologicamente onnipotente e spiritualmente smarrito – ha bisogno di riascoltare la domanda alla quale nessuna intelligenza artificiale, nessun algoritmo, nessuna guerra vinta o persa potrà mai dare risposta al posto nostro: che ne è della mia anima?

Se davvero, come dice il messaggio, questa fosse “l’ultima” chiamata, sarebbe un peccato lasciarla cadere nel silenzio distratto in cui lasciamo cadere quasi tutto, oggi. E se non fosse l’ultima – se ce ne saranno altre, come la misericordia di Dio lascia sempre sperare – resterebbe comunque vero che ogni giorno è, per ciascuno di noi, l’unico che abbiamo per davvero.Convertitevi, dunque, non per paura del giudizio, ma per amore di ciò che il giudizio custodisce: la verità di ogni vita, misurata non con il metro dell’oro, ma con quello dell’amore donato.

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