Per la mia generazione Francesco Guccini è stato molto più del grande poeta della canzone che tutti conoscono e riconoscono. Incarnava la figura di un maître à penser, dell’intellettuale di riferimento, in una temperie socio-culturale nella quale la musica aveva un peso determinante sugli adolescenti del tempo. Se da una parte sentivamo le coinvolgenti sollecitazioni dei suoni provenienti dalla Swinging London, dall’altra non disdegnavamo le istanze sociali che ci avrebbero portato alle utopie del Sessantotto.
Personalmente, già artisti come Luigi Tenco, Gino Paoli, Sergio Endrigo, Umberto Bindi mi avevano fatto appassionare a un genere di canzone, quella d’autore, che faceva a pugni con la tradizione melodica all’italiana e i miei orizzonti musicali si facevano sempre più vasti. Poi la conoscenza di Guccini, dapprima attraverso la mediazione di Nomadi ed Equipe ’84 – Francesco ancora non pensava che la sua voce particolare, con quella erre blesa, fosse adatta a interpretare le cose straordinarie che componeva – quindi con le sue versioni personali di “Auschwitz”, “L’antisociale” e la splendida “Dio è morto”, fece radicare in me una passione salda e dalla lunghissima durata. Inutile dire che un “eskimo” da gruppettaro (nonostante non lo fossi) entrò di prepotenza nel mio guardaroba.

Incontrai per la prima volta Francesco Guccini il 24 giugno 1978, al Teatro antico di Taormina, lo attesta la locandina che conservo gelosamente proprio da quel giorno. Non senza una certa emozione, vi confesso. Non solo perché incontravo uno dei miei miti, ma anche per il fatto che, se tutto fosse andato per il giusto verso, avrei realizzato la prima intervista televisiva della mia vita. Avevo appena iniziato la collaborazione con la storica (e mitica) emittente Telesud del cavaliere Mario Ferrini, partendo dal desk del telegiornale e quella era la mia prima uscita. Importante, oltre tutto. Eravamo partiti dalla sede di Trappeto, con la Fiat 126 dell’azienda, verso le 15:00 con alla guida l’amico Piero Boscaglia, con il quale poi, dal 1985, avrei vissuto il mio quarto di secolo di collaborazione con Telecolor/Videotré (quante splendide avventure!). Oggi sarebbe stato impensabile partire con più di sei ore di anticipo sull’inizio del concerto, ma Piero si dimostrò disponibilissimo e non fece alcun problema di orario. Fissammo con gli organizzatori l’appuntamento per l’intervista alla fine del concerto, curiosammo al sound-check, durante il quale feci qualche timido scatto con una modesta fotocamera – in uno, il monumentale Guccini si abbassa verso il microfono per dare delle indicazioni ai tecnici -, quindi scendemmo verso corso Umberto I per prendere una granita e aspettare l’ora d’inizio del concerto.

Ricorrendo frequentemente alla bottiglia di vino messa accanto alla sua sedia, Guccini snocciolò i pezzi del suo repertorio, infiammando il pubblico, dopo che l’Assemblea Musicale e Teatrale gli aveva fatto da supporter (ho avuto occasione di incontrare altre volte i suoi componenti in felici collaborazioni artistiche, soprattutto con il grande Giorgio Gaber). Finalmente l’intervista: facevo la domanda con il gomito praticamente appoggiato alla pancia, poi stendevo verso l’alto tutto il braccio per raccogliere la risposta. Fra la statura di Francesco e la mia c’era una considerevole differenza. Avevo lasciato a casa una scaletta a tre che mi sarebbe stata utile…
Ho visto altre due o tre volte Guccini in concerto, ma ho apprezzato molto tutta la sua produzione successiva, anche quella meno frequentata, senza mai provare delusioni. Anzi, sono stato conquistato da un altro interessante aspetto della sua personalità, quella di scrittore: ho comprato e letto con grande gusto tutti i suoi libri, anche quelli scritti con Loriano Macchiavelli. E ora aspetto il nuovo volume, che uscirà postumo.
Qualche anno fa, la mia amica Celina mi aveva informato dell’intenzione di fare una deviazione, all’altezza dell’Appennino tosco-emiliano, durante un suo viaggio in macchina verso il Nord, per raggiungere Pàvana, dove l’anno prima aveva fatto la posta al maestro per incontrarlo, stringergli la mano e scambiare quattro chiacchiere con lui. Alla vigilia della partenza le consegnai un ciddì di Guccini che avevo comprato due volte: «fatti mettere la firma sulla copertina e sul booklet, le dissi. Al tuo ritorno, con l’altra copia, ricostruiremo due ciddì firmati e ne terremo uno ciascuno». Nella mia consistente raccolta di libri e dischi firmati, oggi, ho il piacere di avere quello del mio amato Francesco Guccini. Grazie a Celina.
«Ancora tuona il cannone, ancora non è contenta di sangue la belva umana… Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare…» Le parole di Francesco Guccini sono drammaticamente attuali.
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ARTICOLO A CURA DI NELLO PAPPALARDO – @GENERATTIVI




