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Lettera aperta al Capo dello Stato: le posizioni sui temi sociali

Il giornalista Enzo Baldacchino pone una lettera aperta al Capo dello Stato in cui affronta i temi sociali italiani attuali, sottoponendo le proprie posizioni.

La lettera aperta al presidente della Repubblica

Presidente Mattarella, lei ha recentemente richiamato l’attenzione sull’evasione fiscale, condannando il comportamento di chi non emette uno scontrino o non rilascia una fattura. È giusto. Ma in coscienza, ci permettiamo di dire che non è questo, ciò che oggi scandalizza profondamente il popolo italiano. A indignare davvero sono le disuguaglianze strutturali, i privilegi incastonati nella macchina dello Stato, la distanza sempre più siderale tra chi governa e chi sopravvive. I vitalizi milionari, le pensioni d’oro, le carriere costruite nei palazzi e mai nelle fabbriche, la politica che da trent’anni appare incapace di affrontare i nodi reali del Paese, anzi spesso corresponsabile del suo declino. Indecenti sono le infrastrutture abbandonate, i ponti che crollano, i fiumi che straripano per incuria. Indecente è vedere i terremotati ancora nelle tende, dimenticati. Indecenti sono le pensioni da 600 euro dopo una vita di lavoro, mentre chi ha occupato un seggio parlamentare per qualche stagione gode di trattamenti da alto dirigente. È indecente che servano mesi per una Tac, che chi entra nel mondo della scuola debba superare ogni tipo di verifica, mentre in politica spesso bastano appartenenze e protezioni. È indecente che interi territori convivano con il veleno, mentre le responsabilità si disperdono e le vittime restano senza verità. È altrettanto grave l’impunità sistemica: processi che si dissolvono nella prescrizione, scandali insabbiati, giustizia che troppo spesso non è né uguale per tutti né puntuale. E poi c’è il grande silenzio. Quello di chi dovrebbe denunciare, controllare, raccontare. Un’informazione sempre più prona al potere, incapace di dare voce a chi davvero soffre. Anche questo contribuisce al senso di solitudine che in milioni vivono ogni giorno. Caro presidente, noi non vogliamo né urlare né semplificare. Ci rivolgiamo a lei in quanto massima autorità della Repubblica, custode della Costituzione e garante dell’unità nazionale. Oggi quest’unità è fragile. E lo è non per colpa del lavoratore che non fa lo scontrino, ma per un modello sociale e politico che sembra aver perso l’equilibrio tra diritti e doveri, tra responsabilità e rendita. La fiducia delle persone è una risorsa preziosa. Quando viene tradita, si spegne qualcosa. E quando questo accade su larga scala, non si è più davanti a un malessere: si è davanti a una crisi morale e civile. La nostra non vuole essere una provocazione, ma un appello. Perché ancora crediamo che questa Repubblica possa rialzarsi. Ma serviranno coraggio, verità, senso del limite. E una politica che non parli più solo di numeri e conti, ma di giustizia sociale, dignità, umanità. La storia insegna che i privilegi non durano in eterno. E che, prima o poi, anche i furbi pagano il conto. Ma sarebbe meglio che quel giorno non arrivasse con la rabbia, bensì con il cambiamento“.

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